Girlhood as Playbround
Indago il momento del prepararsi come rituale collettivo di metamorfosi, in cui l’intimità domestica diventa spazio di sperimentazione identitaria 

Lontano dall’essere un semplice passaggio funzionale, il tempo che precede l’uscita si dilata e si carica di significato: il corpo si trasforma attraverso tessuti, colori e gesti, costruendo un’estetica consapevole e desiderata. In questo processo, l’autorappresentazione non è mai solitaria, ma nasce dal confronto e dalla condivisione con le amiche, che diventano specchio e sostegno. La stanza si fa laboratorio, il caos creativo diventa linguaggio comune, e la preparazione si rivela come atto di immaginazione condivisa e scoperta di sé.





non mi ricordo se ho sognato
Nella dormiveglia tendiamo a trovarci in quella zona liminale in cui realtà e sogno si confondono. Parcelizzazione di ricordi, la cui memoria è di dubbia provenienza

Questo progetto parte da foto di archivio e dialoga con le estetiche della weirdcore e della dreamcore, condividendone l’atmosfera perturbante e nostalgica: spazi sospesi che evocano l’idea delle backrooms, luoghi di transito infiniti e senza identità, dove l’assenza diventa presenza inquieta.La grana fotografica diventa elemento centrale del linguaggio visivo: non semplice scelta estetica, ma metafora dello sfaldamento del ricordo. Ogni imperfezione, ogni disturbo visivo, agisce come una crepa nella memoria, suggerendo la sua natura fragile e ricostruita. L’immagine si consuma mentre si forma, proprio come il ricordo che tenta di riaffiorare senza mai definirsi completamente.






tre mezzi (3/2)
Il progetto collettivo 3:2 intende rappresentare l'inquadratura come confine del fotografico, sottolineando la relazione spesso ingannevole che la fotografia ha con la realtà. Esso lo fa attraverso una serie di nature morte allestite in contesti imprevedibili.

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July 25
A mezzo secolo di distanza, il progetto rievoca le composizioni originarie attraverso pose e inquadrature che dialogano con le fotografie ritrovate di mia nonna, risalenti agli anni Sessanta. Ne emerge un gioco di rimandi tra ciò che è stato e ciò che è divenuto, in cui il territorio si svela nel suo mutamento e il legame generazionale si fa traccia intima, esperienziale e affettiva, sospesa tra memoria e presenza.

Il progetto nasce dalla scoperta casuale di alcune fotografie di mia nonna, ritrovate per caso in un cassetto, risalenti al maggio del 1964. Le immagini ritraevano lei e la sua classe durante una gita al Campeggio dell’ex Villaggio Eni, in occasione della sua inaugurazione. Partendo da quelle fotografie, ho voluto individuare i luoghi precisi in cui erano state scattate, analizzando inquadrature e punti di vista. Nel corso della mia ricerca ho notato quanto il paesaggio e il territorio fossero mutati nel tempo. Ho avvertito un legame profondo con ogni luogo esplorato, come se si fosse creato un varco temporale in grado di connettermi direttamente alle scene del passato.
Per suggellare questo legame, ho scelto di inserire anche la mia figura all’interno delle nuove fotografie, riprendendo le stesse pose tenute da mia nonna negli scatti originali.






Dopo la  Panoramica
a destra

Cortometraggio 

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